PAROLA D’ORDINE: EDUCAZIONE
 
Ancora violenza negli stadi, ancora violenza nello sport.
Non ci si fa una grande figura agli occhi della comunità sportiva mondiale (anche se la questione dell’apparenza non dovrebbe essere così rilevante di fronte alla sostanza).
Ma ahinoi il fatto è ormai avvenuto … e come si sta correndo ai ripari?? Pressoché in alcun modo, anzi. Molti “civili” minimizzano l’accaduto o, peggio ancora, ne danno rilievo nei modi più beceri (“se non fai così, chiamo Genny ‘a Carogna”). Coloro che ci governano invece, se possibile, fanno ancor meno: si parla tanto di Daspo (il divieto di frequentare lo stadio) ma, qualora questa fosse anche a vita, non sarebbe mai una punizione sufficiente (diciamocelo, si sa, certa gente troverebbe sempre il modo di entrare … o, al limite, aspetterebbe fuori e creerebbe disordini per strada).
Il problema va oltre l’atto dell’ultrà in sé. Il problema si presenta prima e prosegue dopo. 
“Prima” perché si incitano comportamenti violenti in ambito sportivo in ogni modo: genitori scurrili, iracondi ed incontrollabili sugli spalti, allenatori non disposti a schierare i giocatori “più scarsi”, malate competizioni fra squadre, ecc ecc ecc.
“Dopo” visto che la violenza continua, non si ferma, è un cancro che contagia tutti e per la cui cura non investe nessuno, Governo in primis; non si bada nemmeno ai primi caduti di questa insulsa guerra: i poliziotti che rischiano la vita tentando di sedare le stupide sommosse.
Un po’ di gattabuia sarebbe un buon antidoto al veleno dell’ultrà, dicono in molti. Non nascondo che in parte anche io appoggio questa visione. In parte, però, poiché trovo che si debba innanzitutto far pressione su quel “prima” per poter evitare quel “dopo”.
L’EDUCAZIONE È LA CHIAVE.
Dobbiamo riuscire ad educare i genitori a non essere violenti durante le sane partite/gare dei loro figli: si fa sport essenzialmente per divertirsi, per svagarsi, per sfogarsi, non per primeggiare. Dobbiamo riuscire ad educare quegli allenatori che pensano solo alla vittoria della squadra (quasi come si trattasse di gloria personale) e non ai ragazzini vogliosi di giocare, di dar sfoggio di ciò che hanno imparato e perfezionato durante l’allenamento. Dobbiamo riuscire ad educare gli atleti e i giocatori, insegnare loro che il componente dell’altra squadra non è un nemico, bensì un avversario. La differenza di terminologia è netta, nonché fondamentale.
I bambini, i giovanotti, gli atleti ma anche gli spettatori avranno modelli migliori da seguire, tant’è che si “autoeducheranno” ed impareranno a stigmatizzare in autonomia il comportamento violento di certi personaggi; arriveranno non solo ad essere in disaccordo con gesti orripilanti o a provare repulsione per gli stessi, ma addirittura tenteranno di diffondere il messaggio di educazione riportando sulla retta via le pecorelle sì smarrite, ma ancora recuperabili senza eccessive conseguenze..
Agendo in questo modo sul “prima”, vien da sé che il “dopo” verrà automaticamente cancellato, sparirà, in quanto ci saranno sempre più sporadici e discriminati episodi di “durante”.
Lo sport, così come affermato più volte a parole e coi fatti dal CSI, deve essere occasione di incontro, non di scontro. Tenzone per la donna amata, non terza guerra mondiale. Momento in cui si rivedono avversari rispettati e anche genuinamente temuti, non modo per eliminare l’acerrimo nemico. Luogo per crescere, non per involvere fino a ritornare all’Età della Pietra – solo che adesso non si lanciano sassi ma petardi. 
Lasciamo certi soggetti e la violenza fuori dagli stadi, dai campi, dalle piste, dalle palestre, dagli spogliatoi, dagli spalti, dalle tribune.
Insomma, lasciamoli fuori dallo sport.
 
Silvia Zaggia
 

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