Avvenire/Stadium 31 ottobre 2013

IL PUNTO

di Massimo Achini

Genitori a bordo campo, una presenza che manca di equilibrio

Questa ci mancava. La notizia: due genitori picchiano il compagno di squadra di loro figlio perché non gli passava la palla.

Non è un’invenzione, ma incredibile realtà. È accaduto in Puglia nello scorso mese di agosto. Due genitori (lui 63 anni, lei 50) sono in vacanza con loro figlio. Tra mare e divertimento spunta un bel torneo per ragazzi dagli 8 ai 14 anni. Detto fatto, iscrivono il loro bambino. Una delle prime partite è senza storia: troppo forti gli avversari, che vincono facilmente. Finita la partita, mentre i ragazzi rientrano negli spogliatoi, i due genitori “ultras” si avventano su un compagno di squadra del figlio, reo - a loro dire - di non aver passato la palla e di aver fatto perdere la sua squadra. Lo insultano, lo strattonano e gli rifilano anche un bel ceffone. Si scatena il putiferio. Interviene il genitore del ragazzo aggredito e ne nasce una rissa senza confini, terminata grazie all’intervento di un poliziotto in borghese. Se eravamo in agosto, come mai se ne parla solo adesso? Semplice. Perché in questi giorni la rissa è approdata in un’aula di tribunale e da li è rimbalzata nelle cronache. “Fresco” o no, l’episodio si commenta da solo e aggiungere parole è del tutto inutile. Il problema è nell’antefatto. Meno appariscente e rumoroso delle curve degli ultras, il fenomeno dei genitori a bordo campo è una questione che riguarda e investe ogni società sportiva che ha un settore giovanile. Lungi da noi la tentazione di fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono centinaia di genitori e di famiglie che seguono le partite dei loro figli in tutta serenità e che, magari, danno anche una grossa mano alla società sportiva. Occorre, però, dire che gli episodi di esasperazione e di “imbecillità” che hanno per protagonisti mamme e papà dei piccoli atleti non sono in calo, anzi, sono in costante aumento. Come mai? Cosa si può fare per contrastare il fenomeno? Sono domande complesse, alle quali abbiamo provato più volte a dare risposte e soluzioni.

Investire nella cultura sportiva è l’unica strada possibile per cambiare le cose. Tutti sono d’accordo a parole, ma pochissimi sono disposti a farlo davvero. Detto questo nessuno ha la ricetta magica. Il Csi ha recentemente pubblicato un libro (“Genitori a bordo campo”) che contiene istruzioni per l’uso e che consigliamo di leggere a ogni genitore. Abbiamo potenziato gli interventi formativi in tutta Italia sul tema della genitorialità.

Abbiamo più volte sottolineato che un dialogo aperto, costruttivo, sincero con le famiglie va tentato e perseguito da ogni società sportiva. Di storie e fatti di cronaca che hanno visto protagonisti in negativo i genitori, purtroppo, ne esistono tanti. Certo, quanto è accaduto questa estate in Puglia merita una candidatura all’“Oscar dell’imbecillità”. Ma genitori protagonisti in negativo non sono solo quelli come il nostro “Premio Oscar”. Protagonista in negativo è anche il genitore disinteressato, quello che non si fa vedere mai, che non ha un volto e un nome, che non c’è alla partita e agli allenamenti, e che manda suo figlio a casa con l’autobus o con un passaggio concesso dai compagni. Un genitore che non fa danni durante le partite insultando e aggredendo arbitri e avversari, ma che fa male ugualmente, al proprio figlio, creando vuoti di affetto e di amore nella sua vita.

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